Ad un mese dall’esperienza vissuta a Roma, mi ritrovo a sfogliare le pagine dei ricordi di quei giorni in cui, per la prima volta, mi sono sentito davvero parte di una comunità in cammino. L’intreccio formativo in presenza è stato il primo contatto dal vivo con le persone con cui, in passato, avevo condiviso percorsi proposti su piattaforma digitale. Si è respirata da subito un’aria di serenità e gioia, come se la sintonia percepita attraverso Zoom, fosse finalmente libera di attraversare le persone nella loro interezza, guardandosi negli occhi, stringendosi la mano, sedendo alla stessa tavola.

Le attività svolte hanno intrecciato esperienze personali e input biblici e teologici, contribuendo a instaurare un clima di ricerca e fraternità difficile da raccontare se non a chi lo ha vissuto. La struttura dei lavori rispecchia pienamente lo stile dell’associazione: l’attività viene introdotta, poi i partecipanti, divisi in gruppi, si contaminano a vicenda in un confronto che produce elementi nuovi, condivisi in seguito con gli altri gruppi; solo allora l’organizzatrice unisce i puntini fornendo un quadro più chiaro e stimolante.

In particolare, il lavoro di brainstorming, volto a cercare “parole”, mi ha fatto riflettere su un aspetto fondamentale: quanto sia deleteria la cosiddetta “povertà semantica”. Le parole sono i mattoni delle nostre immagini mentali; in teologia, che tenta di dire e pensare Dio, avere un buon arsenale di parole è essenziale. Non a caso l’evento è iniziato dalla “Parola” ed è continuato cercando “parole” capaci di individuare gli elementi caratteristici del Giubileo per decidere cosa tenere e cosa lasciare, riservandosi la possibilità di risignificare. Questo approccio permette di affacciarsi con rispetto alla tradizione: custodendola sì, ma anche trasformandola.

Una parabola che mi viene in mente a riguardo, è quella dei talenti. Il poveraccio che ne riceve meno deve essere rimproverato per aver conservato quel poco? Leggendola letteralmente sì, ma se immaginiamo i talenti come la tradizione ricevuta, investirli — cioè cambiarla— è senza dubbio la scelta migliore. Custodirli sotto terra equivale a vivere come se si fosse già morti: alla fine, i talenti sotterrati… ti sotterrano! Infatti lo sforzo che abbiamo fatto, è stato quello di sottrarre la tradizione dai suoi contenimenti forzati, siano essi indistintamente scrigni sacri o fredda terra da inumazione. Nei tre giorni di Roma, è emerso il rifiuto di Gesù verso ogni misura “contenitiva”: rispetto alla Legge, al Sabato, al Tempio, ai confini identitari. La parabola del seminatore è forse l’affresco più “anti-contenitivo”: il Dio di Gesù trabocca il suo amore ovunque, anche dove sembra uno spreco.

Chi ha vissuto il Giubileo, si è messo in cammino seguendo le orme di personaggi divenuti autentici compagni di viaggio: Pietro, Paolo, Egeria, storie, persone e luoghi che mostrano proprio questa “incontenibilità”.

Concludendo, anche io, camminando insieme nei luoghi della tradizione cattolica, attraversandoli in punta di piedi con affetto e disagio, ho provato sensazioni simili a quelle dei discepoli dopo la morte del maestro: fedeli seduti all’ultimo banco, vicino alla porta, consapevoli che è oltre le porte, sante o di casa propria, che Dio si fa incontrare.