Il Giubileo transteista tenutosi a Roma lo scorso dicembre è stato un evento che ha sfidato le mie etichette mentali. Confesso che mi sono avvicinato all’appuntamento con una punta di scetticismo mista a una forte curiosità: cosa può offrire una proposta “oltre” il teismo tradizionale in una cornice così densa di sacralità millenaria? Mi aspettavo qualcosa di radicalmente altro, forse una rottura, e invece ho trovato un ponte. Il cuore dell’esperienza non è stato il rifiuto del sacro, ma la sua risignificazione. Due momenti, in particolare, hanno segnato il percorso. Il primo, durante la visita alla Basilica di San Paolo fuori le mura: la lettura della Lettera ai Galati ha risuonato con una forza inedita. Il passaggio sulla libertà dal giogo della legge ha assunto un valore universale, trasformandosi in un invito a superare i dogmi per abbracciare una spiritualità dell’autenticità. 

Il secondo è stato presso l’antica Basilica di San Pietro: la visita alle radici della cristianità ha permesso di toccare con mano la stratificazione del tempo, dove la pietra diventa simbolo di una ricerca umana che non si esaurisce mai in una sola risposta. È stato un viaggio che non ha chiesto di “credere”, ma di sentire e riflettere. Ne sono uscito con la consapevolezza che il transteismo non è un vuoto, ma una pienezza diversa: un invito a vivere la spiritualità come un’etica della responsabilità e della meraviglia, profondamente radicata nella nostra storia.